MARTINA FRANCA: Tancredi – Gioachino Rossini, 29 luglio 2025
51esimo Festival della Valle d’Itria
Martina Franca
TANCREDI
Gioachino Rossini
Direttore Sesto Quatrini
Regia Andrea Bernard
Personaggi e Interpreti:
- Argirio Dave Monaco
- Tancredi Yulia Vakula
- Orbazzano Adolfo Corrado
- Amenaide Francesca Pia Vitale
- Isaura Hinano Yorimitsu (prima, seconda e terza recita), Marcela Vidra (quarta recita)
- Roggiero Giulia Alletto
- Figuranti Vito Blasi, Daniele Nardelli, Angelo Passiatore, Aleksandra Rutkowska
- Figurante bambino Carlo Buonfrate
Scene Giuseppe Stellato
Costumi Ilaria Ariemme
Light designer Pasquale Mari
Orchestra dell’Accademia Teatro alla Scala
L.A. Chorus, Lucania & Apulia Chorus
Luigi Leo maestro del coro
Nuova produzione del Festival della Valle d’Itria
Palazzo Ducale, 29 luglio 2025

photo©Ridt
Decimo dei trentanove titoli che compongono la parabola creativa di Rossini, il 6 febbraio del 1813 al Teatro La Fenice di Venezia Tancredi fu la prima grande affermazione del “Cigno di Pesaro” come operista tragico. A dire il vero, per le “convenienze teatrali” dell’epoca che imponevano il lieto fine anche alle opere più drammatiche, il libretto di Gaetano Rossi che aveva ridotto i cinque atti del francese Tancrede di Voltaire ai due atti dell’opera per “il tedeschino”, soprannome appiccicato al pesarese per le influenze di Haydn e Mozart nelle sue musiche, tradì, si fa per dire, l’idea originale. Non di meno per la ripresa dell’opera a Ferrara, nel marzo dello stesso 1813, Rossini, conscio delle palesi incongruenze della prima stesura, operò dei cambiamenti, il più significativo dei quali fu un nuovo finale con la morte in scena del protagonista, seguendo così nel testo – probabilmente dovuto al conte Luigi Lechi – più rigorosamente l’originale volterriano del 1760.

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Ora, a Martina Franca, attenendosi alla edizione critica a cura di Philip Gosset del 1984, si è optato per eseguire i due finali, d’infilata: prima quello tragico, poi quello con la “resurrezione” immediata in scena di Tancredi. A tentare l’impossibile, e cioè a dare un senso a questa trovata, ci prova con risultati alterni il regista Andrea Bernard, il quale ambienta il tutto in un campo giochi devastato dalla guerra, dove un bambino, pur coinvolto nella vicenda sanguinosa, mantiene la propria ingenuità infantile con tanto di manifesto “I sogni non muoiono mai” e rifiuta che il suo eroe, come il Superman giocattolo con cui si trastulla, possa morire; dunque, solleva da terra Tancredi e lo conduce al lieto fine. Il gioco, appunto, rimane tale e la trama, che ruota intorno ad una lettera recapitata alla persona sbagliata, rimane quello che è.

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Meglio la parte musicale, inficiata però dal far seguire al finale defintivo, cioè quello tragico di Ferrara di carattere straordinariamente innovativo per l’epoca, per la geniale invenzione musicale cesellata in un arioso puntellato da semplici accordi degli archi, con due clarinetti mentre il canto si sovrappone con poche note in modo che la musica vada incontro al silenzio, evocazione sublime del dileguamento da tutto ciò che è terreno, dal finale “lieto”: praticamente un vaudeville analogo a quello con cui si conclude Il Barbiere di Siviglia, “Di sì felice innesto” con quel che segue.
Peccato, perchè la direzione di Sesto Quattrini è parsa ispiratissima proprio in quella precedente pagina, dopo aver retto idealmente le ragioni del canto, sostenendo con cura le voci e sospingendole a dare il meglio dell’espressività, senza rinunciare ad una personale e raffinata lettura della partitura. Bene l’Orchestra dell’Accademia della Scala, duttile nel passare da Britten a Rossini nel giro di poche ore, sufficiente il coro maschile L.A. Chorus, Lucania & Apulia Chorus, diretto d Luigi Leo.

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Adeguato il giovane cast. In sostituzione dell’annunciata Anna Goryachova, nel ruolo del titolo è stata molto apprezzata la 26enne Yulia Vakula, mezzosoprano di coloratura russo. Voce di non eccessiva espansione, ma ben emessa, calibrata tanto in acuto quanto naturalmente densa e corposa in zona grave. Fa fede al titolo l’agilità sciorinata con grande facilità, apprezzabile nella accentazione e fraseggio, penalizzata dalla regia che la trasforma in una sorta di Rambo e la riduce a fotoreporter per l’uso insistito di una macchina fotografica che usa anche per fare selfies con il ragazzino di cui sopra a cui canta la cabaletta più famosa dell’opera “Mi rivedrai, ti rivedrò”… sullo schermo del cellulare! Bravissima l’Amenaide di Francesca Pia Vitale, ormai una certezza di professionalità e bravura pur in considerazione della breve e folgorante carriera. Voce squillante in acuto, facile e nitida nelle puntature in sovracuto, emessa con uso squisito di mezze voci e messe in voce, agilità gestite con grande precisione, infine, interprete sensibile e pure partecipe ad una regia che la vede spesso trattata con eccessiva violenza.

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Grande entusiasmo per il bravissimo tenore bresciano Dave Monaco che si conferma “di fine natura vocale ma di impetuosa eleganza”, Argirio svettante e sicuro negli estremi acuti, soprattutto ottimo fraseggiatore e perfetto nella scansione della parola cantata.

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Di Adolfo Corrado, basso romano 31enne, possiamo solo rimpiangere che il ruolo del perfido Orbazzano sia relativamente breve e che finisca ammazzato da Tancredi: bel colore, ricchezza di armonici, emissione e linea di canto ragguardevoli: una bella conferma anche dal punto di vista scenico. Completavano il cast nei due ruoli minori, l’Isaura del contralto giapponese Hinano Yorimitsu ed il Ruggero del soprano Giulia Alletto, gratificate entrambe dalle relative “arie da sorbetto” eseguite con lodevole perizia.
Andrea Merli


